I mercati, le banche, le borse, le persone

…e ancora sugli inganni delle parole, e sulle parole ingannate.

Leggetelo, ci vogliono due minuti.

E poi rileggete e riascoltate le dichiarazioni delle ultime settimane (e degli ultimi mesi, e degli ultimi anni, e…), quelle che ci raccontano che “il mercato è nervoso”, che “le borse sono nervose”, che “è colpa della crisi mondiale”, che “non possiamo prevedere gli andamenti dei mercati”

Un tweet di alcuni giorni fa di Wu Ming ci ha portato a recuperare questo passaggio, quando il collettivo scriveva “facile dare la colpa ai mercati, i mercati non li puoi inseguire con i forconi”. Steinbeck ci descrive una situazione incredibilmente attuale, perchè l’inganno si perpetua, e il responsabile di miserie e vessazioni non è più il principe, il re, il signore, il padrone, ma è la banca, è il mercato, è la finanza. Ed in questo caso è più difficile rivoltarsi, ci metti più tempo a capire contro chi devi combattere, e ci metti più tempo ad organizzarti, e tutto è meno comprensibile, e le masse non le coinvolgi se non è chiaro a tutti chi è il responsabile.

Il passaggio sulle banche di questo libro è eloquente ben più di mille discorsi, di mille comizi, di mille programmi, di mille manifestazioni.

Ed è stato pubblicato nel 1939

Se per caso non l’avete ancora fatto, questo è un libro da leggere negli ultimi scampoli di ombrellone\malga\agriturismo\balcone di casa

(…) E mio padre su questa terra c’è nato, e l’ha lavorata, lottando da disperato contro i serpenti e le erbacce. E’ venuto un anno cattivo e ha dovuto ipotecare. E noialtri siamo nati qui. Ecco là i nostri bambini…anche loro sono nati qui. Anche allora, quando mio padre ha fatto l’ipoteca, anche allora il padrone era la banca, ma ci ha lasciati stare, e ci spettava un tanto su ogni prodotto.

Tutto questo lo sappiamo, ma non siamo stati noi, è la banca. Una banca non è mica un uomo. E neanche è un uomo il padrone di cinquantamila acri. Non è altro che il mostro.

Va bene, gridavano i mezzadri, ma la terra è nostra, l’abbiamo misurata noi, dissodata noi. Siamo nati qui, qui ci hanno ucciso, qui siamo morti. Anche se non è buona, è nostra lo stesso. E’ l’esserci nati, l’averla lavorata, l’esserci morti, che la fa nostra. E’ questo che ce ne da il possesso, e non una carta con dei numeri sopra.

E’ doloroso, ma noi non c’entriamo. E’ il mostro. La banca non è un essere umano.

Va bene, ma è una società di esseri umani.

Niente affatto. Questo è il vostro errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte della banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. E’ il mostro. L’hanno fatta gli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.

(…)

Ma è nostra, urlavano i mezzadri. Noi…

No, è della banca, è del mostro. Dovete andarvene.

E se prendiamo i fucili, come mio nonno quando vennero gli indiani? E allora?

In questo caso ve la vedrete con lo sceriffo, prima, e poi con la truppa. Non capite che se vi ostinate a restare, contravvenite alla legge sulla proprietà, e che se fate uso delle armi siete dei delinquenti? Il mostro non è un essere umano, ma può servirsi degli uomini per ottenere quello che vuole.

E se andiamo via, dove andiamo? Come ce ne andiamo? Non abbiamo un centesimo

E’ doloroso, dicevano i rappresentanti, ma la banca, il padrone di cinquantamila acri, non è responsabile di questa situazione

E i rappresentanti mettevano in moto e ripartivano (…)

                      John Steinbeck, Furore, 1939, capitolo 5 

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